CAPITOLO 1
Certe giornate non avevano niente di speciale. E poi c’erano le altre: quelle in cui suo fratello decideva di scaraventarlo nel porcile dei vicini.
Cristopher superò in volo la staccionata e sfrecciò davanti alle teste del trimaiale; Zigo, Zago e Zugo si voltarono per non perdersi lo schianto. Le braccia gli vibrarono per l’impatto, la faccia sprofondò nel fango viscido. Strizzò le palpebre; una zaffata di sterco gli artigliò le narici. Piantò i palmi nella melma, si issò sulle ginocchia e si stropicciò gli occhi. Dannazione, bruciavano da morire!
Il trimaiale era a un palmo dalla sua faccia. La lingua calda e ruvida della testa centrale gli spazzolò le labbra, le altre due gli rovistarono tra le orecchie come cani in cerca di tartufi.
Cristopher arricciò il naso e finì a sedere; i liquami freddi gli bagnarono le natiche. D’accordo che doveva darsi una ripulita, ma di sicuro c’era un modo meno… appiccicoso.
Una grassa risata risuonò dalle parti del fienile dei vicini. Mark si era piazzato di fronte a un covone di fieno, ritto come un gallo da cortile. Gli avambracci massicci, incrociati davanti al petto, spuntavano dalle maniche arrotolate della sua camicia a scacchi rossi e neri. Quello stupido ammasso di muscoli. Poteva anche essere il suo gemello, ma gliel’avrebbe fatta pagare.
Si rimise in piedi; il musetto umido di Zago gli picchiettò una gamba. Accarezzò la sua nuca ispida.
Alla faccia di chi diceva che l’affetto dei trimaiali fosse un segno del favore degli dèi. Una testa per lo Splendente, una per il Possente e una per la Sinuosa. Sì, certo. Se fosse stato vero, a quel punto sarebbe stato coperto d’oro, e non di fango.
Si avvicinò all’abbeveratoio per sciacquarsi e si specchiò nell’acqua stagnante: sotto il letame riusciva a distinguere solo gli occhi azzurri e una ciocca bionda incollata alla fronte. La sua camicia bianca sembrava un vecchio straccio da stalla.
Un vero eroe… da porcile.
Un groppo gli salì in gola, ma lo ricacciò indietro. Piangersi addosso non sarebbe servito a niente. E poi… magari quella poltiglia scivolosa poteva tornargli utile. Scavalcò la staccionata e atterrò sull’erba soffice.
Mark se ne stava ancora davanti a quel covone. I capelli neri gli ricadevano sulla fronte, ispidi come setole di cinghiale. «Allora, piccoletto… sei pronto per un altro volo?»
Col cavolo. Serrò i pugni. «Tieniti forte, perché tra poco sarai tu a volare!» Piegò le ginocchia e scattò.
Mark sogghignò e protese le braccia in avanti.
Cristopher gli affondò la testa nello stomaco, ma le gambe di quel maledetto erano ancorate al terreno come le radici della vecchia quercia. Sbuffò. E se invece avesse rimediato l’ennesima batosta?
Le braccia di Mark gli si serrarono attorno al busto. Non doveva permettergli di frenare il suo slancio. Si abbassò. La sua nuca coperta di fango sgusciò tra le brache di tela di Mark e gli si piantò in mezzo alle cosce. Con un colpo così, persino quel bestione sarebbe crollato. Aumentò la spinta: gli scarponi di Mark scavarono due solchi nel prato. Ansimò, i muscoli delle gambe gli presero a tremare per lo sforzo. Inutile, Mark era troppo forte. Allentò la pressione.
I suoi piedi si staccarono da terra; Mark lo sollevò in verticale e con un colpo secco lo scaraventò nel covone di paglia. Un gattino rosso lanciò un miagolio furioso e schizzò fuori dal suo nascondiglio.
Quanto meno era finita.
Un’ombra calò su di lui. Dannazione, altro che finita! Mark gli balzò sopra e gli inchiodò i polsi a terra. «Rinfrescami le idee… chi è che doveva volare?»
Cercò di divincolarsi, ma era come un coniglio in trappola. Quel maledetto… se per una volta fosse riuscito a batterlo! Un calore gli pulsò dietro lo sterno. Una sfumatura violacea velò l’aria, qualcosa gli pizzicò la fronte. Il cuore prese a picchiargli nel petto. Se avesse liberato quell’energia, forse sarebbe riuscito ad avere la meglio. Ma… e se avesse ferito Mark?
No!
La sensazione svanì, rapida come era venuta.
«Non male…» ghignò Mark. «Per un piccoletto.»
Le orecchie di Cristopher andarono a fuoco. «Brutto rospo che non sei altro!»
«Senti chi parla. Con tutta quella paglia addosso, sei molto più rosposo di me.»
Rosposo? Cristopher irrigidì la mascella. Mark e i suoi sfondoni.
Le labbra di Mark si piegarono in un sorrisetto. «Anzi… perché non provi a bussare agli Umer? Magari hanno bisogno di un nuovo spaventapasseri.»
Una fitta gli strinse il torace. Mark non aveva tutti i torti. Eppure, a volte anche uno spaventapasseri riusciva ad avere la meglio sui corvi. Lui, invece? In quattordici anni non era riuscito a battere Mark neppure una volta. «Hai intenzione di abbracciarmi ancora a lungo?»
«Io… cosa?» Mark spalancò le braccia e rotolò di lato per sdraiarsi al suo fianco.
I loro mignoli si sfiorarono appena. Qualcosa gli si sciolse nel petto. Potevano fare a botte quanto volevano, ma alla fine sarebbero sempre finiti spalla a spalla. Puntò l’indice contro una nuvola. «Non ti sembra… un unicorno?»
Mark contrasse la bocca in una smorfia confusa. «Un che?»
Trattenne un sorriso. Più il tempo passava, più Mark restava lo stesso ignorante. «Un unicorno, testa di rapa! E comunque sono tipo cavalli, ma con un corno in mezzo alla fronte.»
«Non ci vedo niente di speciale. Almeno sono buoni da mangiare?»
«Ma figurati… gli unicorni sono creature leggendarie, mica bestie da macello! Proteggono i giusti e realizzano i desideri.»
Mark ridacchiò. «E se il mio fosse: salta nella mia padella?»
Cristopher si mise a sedere e scosse la testa. Un filo di paglia gli si staccò dalla fronte, le estremità annerite come se avessero sfiorato una brace. Un residuo di un vecchio falò? Lo cacciò via con un gesto. «Di certo saresti il primo a chiedere una cosa del genere. Gli unicorni sono gli esseri più rari che esistano.»
Mark inarcò un sopracciglio. «E i draghi, dove li mettiamo?»
Cristopher soffiò verso l’alto; la ciocca ribelle si sollevò sulla fronte. Chissà se draghi e unicorni esistevano davvero. Magari, da qualche parte, uno di loro lo stava già aspettando. «Non ne ho idea. Ma gli unicorni sono davvero molto rari.»
«Se lo dici tu.» Mark scosse la testa con aria di sufficienza. «Io, però, vorrei incontrare un drago.»
«E perché?»
«Questi unicorni sembrano tipo… cavalli da salotto. Vuoi mettere con un bel drago sputafuoco? Se ne cavalcassi uno, gli orchi non sarebbero più un problema. Che ci provassero pure, a tornare… gli farei fare la fine delle ghiande che buttiamo a Zigo, Zago e Zugo!» Si alzò in piedi, raccolse un rastrello e lo mulinò in aria come se stesse affrontando un nemico invisibile. Alle sue spalle, la rocca dei Ravenor svettava su Tregost dall’alto della collina.
Cristopher portò un palmo davanti agli occhi per ripararsi dal sole. All’orizzonte, le cime innevate dei monti Thalboran si stagliavano contro il cielo come denti aguzzi. Chissà se c’erano ancora orchi, laggiù. A Tregost non se ne parlava quasi più; qualcuno, addirittura, era convinto che i pelleverde non fossero mai esistiti. Sciocchezze. Anche se la guerra era finita da secoli, i ruderi della vecchia cinta muraria mostravano ancora i segni degli antichi assalti. «Tu pensi che gli orchi torne—»
Alle sue spalle, una voce roca lacerò l’aria: «Quando un sangue non umano reclamerà il trono di Terraviva, gli uomini cadranno… sotto il giogo di un nuovo tiranno! Solo il Prescelto potrà spezzare le sue catene, o stringerle attorno al collo dei mortali!»
Si voltò di scatto, lo stomaco stretto in una morsa. Un ragazzo magrissimo avanzava tra i maiali, nudo come un verme. Ralf Umer.
Dalla casa vicina, i genitori di Ralf accorsero, i grembiuli macchiati di fango. «Perdonatelo, non sa quello che dice.»
Mark scrollò le spalle. «Tranquilli, succede anche nelle migliori famiglie. Pensate che prima mio fratello si è rotolato con Zigo, Zago e Zugo, convinto che il fango gli avrebbe spianato le rughe. Quasi quasi lo iscrivo alla gara di bellezza della Festa della Spiga Nascente… categoria trimaiali.»
«Molto spiritoso» borbottò Cristopher. Tipico di Mark. Sempre pronto a scherzare, quando erano gli altri ad andarci di mezzo.
Gli Umer presero Ralf sotto braccio, gli sussurrarono qualcosa e lo riportarono in casa. «Un sangue non umano!» strillò ancora, e la porta si chiuse.
Cristopher abbassò lo sguardo. La profezia dei pazzi. Tutti la conoscevano, ma nessuno ci credeva davvero. Eppure… com’era possibile che tanti folli ripetessero le stesse parole da un capo all’altro del regno? Deglutì. Tregost aveva le sue milizie, ma loro vivevano fuori dalle mura. Se gli orchi avessero sferrato un nuovo attacco, nessuno li avrebbe protetti. E di certo non sarebbe stato lui a farlo: se davvero esisteva un prescelto, non poteva essere Cristopher Draymore, campione di tuffi nel porcile.
La voce della mamma gli piombò addosso come una secchiata d’acqua fredda. «Che lo Splendente mi aiuti! Come vi siete conciati!»
«Vedi…» balbettò.
«Sentiamo…» La mamma incrociò le braccia davanti al grembiule e inclinò la chioma corvina. «Che sarebbe successo stavolta?»
Mark si grattò la nuca. «Dici sempre che ci dobbiamo dare da fare…»
«Sì?» mugugnò lei, tamburellando la punta di una scarpa contro il prato.
«Così ci siamo detti: perché non iniziare da qui?»
La mamma corrugò la fronte. «Volevate imparare il mestiere del porcaro, o quello del maiale? Per come siete conciati, propenderei per il secondo.»
Mark sostenne il suo sguardo. «Quello del porcaro, ovviamente.»
«Cristopher Draymore, è andata proprio così?»
La gola di Cristopher si serrò, una goccia di sudore gli imperlò la fronte. Non poteva mentire, non alla mamma. «No. La verità è che stavamo solo giocando.»
Mark lasciò cadere le braccia. «Ma perché devi sempre rovinare tutto?»
«Basta così!» La mamma fece un passo in avanti. «L’onestà viene prima di tutto, Mark. E visto che adorate il letame, oggi pulirete il pollaio.»
Mark scrollò le spalle. «Va bene, ma non aspettarti che usi la lingua.»
Cristopher si morse il labbro. Accidenti, perché quell’idiota non riusciva mai a tenere la bocca chiusa?
Lo sguardo della mamma si addolcì. «Filate a casa. Una volta che avrete finito col pollaio, dovete aiutarmi a rassettare. Stasera vostro padre sarà di ritorno e al suo arrivo tutto dev’essere in perfetto ordine.»
Cristopher la seguì in silenzio, ma il suo sguardo scivolò verso la foresta, dove papà era impegnato nella sua battuta di caccia. Sopra le fronde argentate delle sibilchiome, masse di nubi scure si stavano addensando.

